UNA PAGINA DI DIARIO SGUALCITO

“La clausura obbligata era giunta nella vita di Nina come un fulmine a ciel sereno. All’inizio aveva preso la faccenda alla leggera, come tutti i suoi compagni. Due settimane di stop a scuola non erano una cattiva notizia. Certo, dicevano anche di non uscire da casa, ma neppure lei aveva preso questo diktat seriamente. In fondo Codogno e Lodi neanche sapeva esattamente dove fossero. Ma ormai erano settimane che era chiusa in casa, sottoposta ad una quarantena obbligatoria e ancora non si rendeva conto di che cosa stesse succedendo. E non riusciva a parlare a nessuno di quel sentimento che cresceva in lei a causa di quella reclusione dovuta a quel virus che si stava divertendo a viaggiare e ad incasinarle la vita ora che aveva iniziato a prenderlo sul serio.
Nina non poteva raccontarlo quello stato d’animo, quell’ansia che sentiva crescere in lei, minuto dopo minuto. Non riusciva a raccontarlo come mai aveva raccontato a qualcuno quei sentimenti dolorosi che da quando aveva smesso di essere bambina erano montati in lei, avevano velato la sua anima e offuscato il suo sguardo. Ma accanto a lei, sotto il suo letto sfatto, ché tanto non valeva la pena rassettare in quei giorni di quarantena a tempo indeterminato, c’era il suo diario, un quaderno dalle pagine sgualcite a cui Nina ora più che mai affidava le sue emozioni.
“25 marzo 2020
Caro diario, oggi è mercoledì.Siamo tutti chiusi in casa, sottoposti ad un’obbligatoria quarantena, da un bel po’ ormai!Ti chiederai come mai? Che cosa è successo?Non lo so. O forse sì. Un giorno stavamo festeggiando l’inizio di questo nuovo anno: ci auguravamo, come sempre, che fosse migliore del precedente.Il giorno dopo ci siamo ritrovati con un nuovo Virus, Corona – un nome carino, per un virus – che nessuno stava prendendo sul serio, perché, in fondo, si sa, finché la morte non guarda in faccia proprio te, non è preoccupante. Ma anche se lo facesse, non mancherebbero di certo quegli impavidi imbecilli che la sfiderebbero, convinti di poterla vincere. Il giorno dopo ancora, forse qualcuno ha iniziato a capire la gravità della situazione, e qualcuno l’ha seguito. Cosi, in un altro giorno ancora, e un altro ancora, ci siamo ritrovati chiusi in casa, per cercare di tenere fuori dalle nostre vite questo assurdo mostro. Ma è difficile stare chiusi in casa. È difficile per tutti, ma per quelli che non riescono a stare fermi, è anche peggio.Per quelli che, se non respirano almeno un po’ l’aria di fuori impazziscono, è un dramma”.
E Nina lo sapeva bene. Per lei, per la quale uscire di casa e andare a scuola era anche un modo per distrarsi da sé stessa (per quanto fosse possibile), essere rinchiusa dentro quelle pur amate mura domestiche era una forzatura, una vera e propria violenza. Con il suo diario in mano camminava da una parete all’altra della camera. A qualcuno doveva pur spiegarlo che per coloro che soffrono di depressione e di attacchi di panico, la reclusione è un incubo. Ma chi l’avrebbe capita? In casa e fuori tutti le dicevano da sempre:
“Nina di che cosa ti lamenti? Hai tutto nella vita: sei brava, bella, intelligente. Vai bene a scuola senza sforzarti neanche tanto. Noi ti amiamo, che più di così non si può. Hai tutta la vita davanti. Smetti di pensare a te stessa. Occupati degli altri! Pensa a chi non ha le tue fortune!”
E lei, così, ogni giorno di più, da quando era poco più che una bambina, pensava di essere sbagliata. E affidava al diario il dolore della sua anima, che in quei giorni sentiva crescere.
“Ti confesserò una cosa, caro amico mio. Le persone che soffrono di depressione o attacchi di panico, sono quelle che ne risentono di più, di questo lockdown – ora ai telegiornali lo chiamano così. E tu lo sai, mio fedele diario. La mia storia è la prova di questo. La mia storia, il mio dramma: quel passato che ritorna ogni volta che c’è una situazione nuova, diversa: come questa. Tu ti ricordi la mia storia, vero?”
Quella di Nina era la storia di un’adolescente autolesionista. Perché fosse giunta a quei comportamenti non si era capito. Certo non iniziò per moda, perché quando lei si tagliava, non lo facevano altro che le persone che soffrivano. Leiquei taglili nascondeva, perché non voleva essere compatita. Con il tempo aveva capito che quelle ferite se le faceva convinta di essere sbagliata in un mondo giusto, ma inadeguato per una persona come lei. Un mondo su cui non riusciva ad avere alcun controllo. Un controllo che invece poteva avere sul suo corpo, pensava lei.
“Già la vita era complicata, ma le difficoltà non arrivano mai da sole, vero diario? Ho pensato bene di innamorarmi di una persona: pensavo che mi capisse perché era uguale a me. Mi sentivo forte, perché credevo di poterlo salvare. Mi comportavo con lui come avrei voluto che qualcuno facesse con me.Cercavo di rassicurarlo, di tenere a bada i suoi demoni, di dargli tutto l’amore possibile, forse anche più di quello che mi era possibile dare. E l’errore più grande è stato proprio quello.”
Nina aveva preteso, anni prima, da se stessa l’impossibile perché, purtroppo, una persona malata nell’anima solo raramente può salvarne una che vive nello stesso dolore. E a lei questo non fu concesso. Per anni provò a strappare il suo amore ai suoi demoni. Era convinta che il suo amore bastasse. E invece quel sentimento si rivelò essere un amore tossico. Un amore violento. Ma può essere violento, un amore?
“Dopo due anni che subivo la sua violenza, fisica e psicologica, iniziai a capire che non era giusto. Ma capirlo non significa che io abbia accettato di perderlo. Abbia pensato di lasciarlo. Perché, come avevo fatto sempre nella mia giovane vita, mi dicevo che la colpa era mia. Ero io che non facevo abbastanza e che meritavo tutto lo schifo che lui mi buttava addosso. Era necessario che fossi migliore, che lo amassi di più!”
Nina si sentiva ancora una volta inadeguata. E come prima si feriva per avere un controllo sul mondo che la respingeva, ora accettava di subire la violenza di un altro perché riteneva di non essere adeguata, di non offrire abbastanza amore al suo compagno.
“Te lo ricordi, diario, quante volte ti ho scritto che lui si meritava ancora più amore? Perché è così che funziona. Ed è così che mi sono innamorata e poi fatta annientare.Ho amato un manipolatore, un cinico, una persona che ha bisogno di continui elogi. E nel momento esatto in cui questi sono venuti a mancare, è stata la fine. Sono finita io e siamo finiti noi.”Nina ha sofferto tanto. Ha lottato per riprendersi, ma ancora per mesi e mesi si è data la colpa. E accanto, ancora una volta, non trovava l’appoggio di nessuno. Ancora tutti le dicevano che tutto andava bene, che di innamorati ne avrebbe trovati quanti ne avesse cercati e che quello, evidentemente, non era giusto per lei.
“Ma il punto, caro diario, non è trovare un altro compagno, è ritrovare me stessa. Ritrovare la fiducia, la forza di reagire, il coraggio e la volontà di capire che non era vero che me lo meritavo. Ritrovarmi come persona, ma soprattutto come Donna. Solo che non ci riesco, neppure ora. E adesso mi rendo conto che il mio male è quello che gli altri chiamano oscuro: la depressione. Una vera e propria malattia, caro diario, che può avere gravi conseguenze, come il bipolarismo. E infatti, ultimamente, alterno momenti di iperattività a momenti in cui dormirei tre giorni di fila per non sentire il peso del mondo.”
E’ un vero dramma che ora sia arrivato il mostriciattolo cinese che ha imposto a Nina la clausura. Infatti, proprio ultimamente, la giovane, che frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori, sembrava essersi un po’ ripresa. Si era ripromessa di affrontare questo ultimo anno con ottimismo. Di recuperare il rapporto con i suoi compagni di classe; di studiare e conseguire quei risultati che da quando aveva instaurato quel rapporto fatale aveva smesso di avere. Aveva sognato di vivere tutte quelle esperienze che attraversano l’esistenza degli adolescenti, recuperando tutte le chance perse.
Fino al fatidico 4 marzo le cose non erano andate al meglio. Insomma, Nina ci aveva provato: si erano alternati momenti, lunghi, ancora bui, ad altri più luminosi. Ma quel 4 marzo Nina iniziava a rivedere uno spiraglio di luce.
“E poi, caro diario, il 4 marzo 2020 è arrivata la quarantena. Già, è arrivata questa maledetta, stupida, quarantena!
Maledetto, stupido, Virus.
Maledetti tutti voi che fino a un mese fa vi lamentavate di essere italiani, e adesso cantate insieme fuori, in terrazza per qualche like, come se, appena finito tutto, non torneremo il solito Paese di cattivi ignoranti.Come minimo appena rientrate in casa parlate con la famiglia di quanto cantava male il vicino.
Maledetti voi che continuate ad uscire e non capite la situazione.
Maledetti voi che siete pieni di soldi che tenete ben stretti, che non avete donato per i terremotati, per chi non ha una casa, ma che appena arrivato un Virus che vi fa paura, avete iniziato subito le raccolte fondi.
Maledetti voi medici, eroi che non ringrazieremo mai abbastanza.
Maledetti voi che ci avete lasciati e che non dimenticheremo mai perché la vostra assenza si sentirà per sempre.
Maledetti voi che l’avete sconfitto, il Virus: vi ammiro, ma adesso continuate a elogiare il vostro corpo come un tempio. Innamoratevi della vita: vi è stato concesso il lusso di poter proseguire!
Maledetta me, che ho scritto tutto questo forse senza neanche un senso logico, ma avevo così bisogno di scrivere! Erano anni che non lo facevo.
Maledetto anche te, diario, per avermi permesso di macchiarti di così tante parole.”
E mentre continua la clausura, Nina resta a casa e pensa. Tutti dicono che alla fine, chi uscirà da questo periodo, sarà diverso. Il mondo, forse, sarà diverso. E Nina si chiede se forse anche lei potrà essere diversa, in un mondo che, forse, finalmente rallenterà e avrà il tempo di ascoltare ognuno dei suoi figli. Anche lei. Chissà!”

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