Quarantena

pubblichiamo un nuovo contributo della professoressa Floriana D’Amely:”

A Dagnò, compagna anche di quarantena

“Se mi fossi ancora potuta affacciare al grande terrazzo dal quale guardavo Siena in lontananza contro la parete cangiante del cielo, avrei potuto vederne, come sempre, solo il profilo ondulato e privo di spessore. L’altezza e la distanza non mi permettevano di vedere o sentire la vita fremere tra le sue mura, i motori, le voci, i passi. Nulla, nemmeno durante i giorni caldi e sonori del Palio. Solo quel profilo silenzioso e distratto.
Le colline, invece, quelle sì, avevano ciascuna il suo movimento e il suo respiro nei molteplici punti di verde che si rincorrevano uno dopo l’altro, dal terrazzo a Siena, in uno strano, sottile vociare, assorto e come sospeso a mezz’aria, che lievitava a tratti tra le foglie degli alberi per poi disperdersi in ulteriori lontananze. La vita fremeva dunque negli archi irregolari che digradavano lenti dal terrazzo all’immobilità cittadina.
Ma da qualche mese posso affacciarmi soltanto da piccole finestre che danno su una via di città, fatta di persiane per lo più accostate, qualche tenda a proteggere le vite, un piccolo pesco sotto l’abete che nasconde la Torre e una grande magnolia sbocciata proprio ora a ricordarmi che le colline, altrove, continuano a rincorrersi.
Ma dov’è quella vita, dove sono quei suoni che credevo azzerati dalla distanza, quando il profilo di Siena mi guardava da lontano? Qui, adesso, tutto è silenzio e immobilità. Dalle mie finestre sento solo, e raramente, qualche motore; nessuna voce, nessun passo. Un’ambulanza ogni tanto graffia l’aria, puntuale e solenne come il rintocco delle campane della chiesa vicina, non so se a chiamar messa o a ricordare una vita che appare già remota.
Dunque quel profilo ondulato che credevo privo di spessore ed evocativo giusto come una quinta di teatro, disegnava davvero una città fantasma? Non erano l’altezza e la distanza del mio terrazzo a farmela sembrare tale?
Cammino per una via secondaria, ma inondata della calda luce pomeridiana; nessuno mi precede, nessuno mi segue. Con la mano sigillata in un guanto di lattice biancastro e livido, mi trascino dietro un carrellino per fare la spesa: il mio passo spedito e il suo arrancare sull’asfalto irregolare mi fanno compagnia. Nessuno, nemmeno affacciato alle finestre delle case, che ora sembrano soltanto costruzioni. Sulla sinistra, subito dopo una cancellata, si spalanca improvvisa la campagna, che scende a precipizio verso gli orti e poi risale ripida, arrampicandosi veloce fino al cimitero dei Tufi. E penso: “eccole, le case”. Anche il vento sembra sparito, in questa primavera iniziata troppi mesi fa; nulla si muove e nulla fa rumore, a parte io. La mascherina mi restituisce il mio respiro. Vivo di me, della mia voce, dei miei passi, dei miei gesti, del mio stesso respiro. Non ha odori questa primavera: dal terrazzo avrei già sentito il profumo delle violette che fiorivano a macchie nelle radure del castagneto ancora spoglio; ora distinguo solo l’odore acre dell’alcol quando rientro a casa, attenta a non toccare nulla e guardinga, come fossi spiata da ombre invisibili.
Ma un giorno, prima di uscire, ho indossato un foulard colorato al posto della mascherina e guanti di pelle blu invece di quelli in lattice: li avevo comprati a Venezia in un freddissimo novembre di diversi anni prima, e ricordo di non averli voluti indossare subito per continuare a sentire il calore della sua mano che stringeva, sicura, la mia. Così, senza quel bianco impuro sulle mani e sul volto, sentivo di somigliare nuovamente a me stessa, come quando chiudevo di fretta lo sportello, dopo essere sgusciata via di corsa dalla macchina, per correre veloce verso la vita. Il passato e il presente già vecchio si condensano in quel foulard e in quei guanti, aggirando i silenzi.
Poi, d’improvviso, passata la cancellata, sulle colline sento echeggiare qualcosa. Un ritmo, distante e lento, esitante all’inizio e come funebre; eppure familiare, ma familiare in un luogo festoso dell’anima. Poi tutto tace di nuovo. Proseguo il cammino, cercando di sistemare meglio il naso e la bocca nel foulard e stringendo poi i guanti sconfitti nelle tasche, quando il ritmo ricomincia, meno esitante e più forte; è un tamburo, certo è un tamburo, mi dico, ma incredula perché nulla intorno a me si muove. Da dove viene? Sembra arrivare dalla collina dei Tufi. Sono i morti a battere il tempo? Io stessa mi fermo e aspetto. Sono giorni che aspetto senza aspettarmi nulla. Il tamburo continua e da lontano un altro si aggiunge, ne insegue il ritmo, lo raggiunge e raddoppia prima il suono, poi, insieme, il ritmo. Muovo qualche passo, incantata. Riconosco un ritmo che mi batte dentro, ovattato, da quarant’anni, e che vorrebbe d’un tratto uscire allo scoperto, squarciarmi il cuore: un bambino esce sul balcone, si guarda intorno e poi, deciso, sventola una bandiera troppo grande, ma in quei colori io vedo il giallo e il rosso che coloravano anche la mia di città, quella che avevo lasciato alle mie spalle, insieme alla giovinezza, molti e molti anni prima. Qualcuno scosta una tenda, qualche altro apre le persiane, un ragazzo canta l’inno di contrada.
In un istante il profilo ondulato che arginava un tempo il mio orizzonte prende corpo e voce e ritmo e suono e parole: dunque era vivo, era vivo al di là della distanza, e lo è ancora! Vorrei sventolare il mio foulard, tirare un guanto al ragazzo che canta, infrangere le regole di questa lenta quarantena e darle per un attimo, un attimo solo, il ritmo forsennato e ancestrale dei secoli.
Invece lascio solo che il mio cuore esploda e che i miei passi, tornando a casa, seguano il ritmo dei tamburi. E il suo”.

Floriana

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