Durante la quarantena…

Pubblichiamo un nuovo contributo di uno studente dell’istituto Sarrocchi:” Durante la quarantena, la prof di Italiano ci ha fatto leggere un articolo di D’Avenia uscito sul Corriere della Sera verso la fine marzo, che rifletteva su che cosa significa ‘fare scuola’ a partire da un racconto di fantascienza di Asimov, ambientato nel 2157 tra maestri meccanici e telelibri.

La tesi di fondo dell’articolo è il rapporto tra la conoscenza e gli insegnanti-studenti, rapporto sorretto dalla scuola che non si limita infatti ad essere un’istituzione, ma anche un membro connettore tra l’uomo e la vita. La cultura è un mezzo di elevazione del corpo e dello spirito, l’unica capace talvolta di portare il bene ed allontanare il male.
Fin dal primo giorno della sua vita sulla Terra, l’uomo ha esercitato il male nelle sue forme più subdole o esplicite, ha dichiarato guerra ai suoi simili e rubato nelle ‘proprie’ terre, in quanto gli uomini sono tutti cittadini dello stesso pianeta. Esiste un inevitabile legame tra la Terra nel cosmo e tutti gli esseri viventi, perché ogni particella presente nell’universo è in maniera più o meno latente in connessione con tutte le altre. Perciò se il male ha un’esistenza reale e tangibile nel cosmo, ogni suo componente ne è partecipe. L’uomo ancor prima della sua nascita ha già in sé intrinsecamente il gene del male, ma la cultura, l’istruzione, la scuola, sono forse l’unico ed il solo battesimo per cominciare o ricominciare una vita senza il male.
La scuola secondo me è di per sé una forma artistica, la più bella che ci sia, perché in grado di liberare l’uomo dai pregiudizi, dalla violenza e da qualsiasi altra forma di male possibile, proprio come può farlo un romanzo, una canzone o un dipinto. Naturalmente il male non viene sconfitto, e anzi seguirà l’uomo fino alla sua estinzione, ma proprio per questo motivo non cadere in tentazione e continuare a camminare sulla giusta strada è fondamentale per la salvezza della nostra mente. E non è mai stato più difficile di adesso.
In quanto studente, continuo, a causa della pandemia, le lezioni scolastiche da casa. Adesso che siamo seduti su una sedia che conosciamo troppo bene, che i professori hanno voci raschiate dalle interferenze della connessione internet, che i loro volti sono solamente lo specchio di una videocamera, è proprio adesso che ognuno di noi deve tenere duro e portare fino in fondo la causa che ha sposato. E’ facile abbandonarsi e lasciarsi andare adesso che si seguono le lezioni dalla sicurezza della propria camera. Il virus è presente anche in altri Paesi del mondo, in alcuni dei quali il sistema scolastico non è efficiente e in molti non esiste affatto. Ci sono bambini al di là dello schermo del nostro computer che meritano un’istruzione e che desiderano una scuola più di qualsiasi altra cosa. Tutti coloro che hanno possibilità di continuare a seguire le lezioni, devono allora ritenersi fortunati e portare rispetto quantomeno verso chi continua ad insegnare.
La domanda finale di D’Avenia è: ma “le scuole erano aperte?” prima della pandemia, cioè si faceva davvero scuola dentro le classi? io dico che le scuole non si sono mai chiuse, perché la scuola è ovunque si trovi un professore ed un gruppo di ragazzi uniti dallo stesso obiettivo. Il paragone tra la nostra didattica a distanza e il racconto di Asimov è più che azzeccato se filtriamo la fantascienza e l’ambientazione futuristica. Noi come i protagonisti del racconto viviamo una situazione scolastica, quindi di vita, diversa da quella a cui eravamo abituati. In parte ci spaventa, a tratti ci confonde, ma è pur sempre la cosa giusta da fare. Una pandemia può uccidere un uomo, una famiglia e persino una popolazione, ma non potrà mai uccidere la sua cultura. Per questo motivo continuare ad insegnare da parte dei docenti è un gesto da avanguardisti, come lo è per noi alunni seguire le lezioni.
“I maestri meccanici non sostituiranno mai quali in carne ed ossa”, come sostiene D’Avenia, perché le materie sono una conoscenza viva ed in quanto tali nessuno meglio di un maestro in carne ed ossa può capirle e diffonderle. Nelle parole di Margie e Tommy, i ragazzi del racconto, trapelano nostalgia e speranza per una scuola senza robot, come trapelano dalle nostre parole e dai nostri pensieri in tempi di scuola a distanza.
Condivido ogni punto dell’articolo; alcune riflessioni le avevo già fatte in passato e dimenticate, ma con questa chiave di lettura post quarantena è tornata la luce su di esse e mi ha dato ispirazione e anche qualche attimo di felicità. Credo fortemente nell’istruzione in presenza, ma in tempi come quello che stiamo vivendo, anche in quella a distanza. Per insegnanti e studenti, quando si parla di lezioni online, si intende sacrificio, ma questo sacrificio è indispensabile e va accolto da tutti per il bene comune.
Non vedo solo il buio nell’ombra di questa situazione, riesco a vedere più spiragli di luce provenienti da diverse direzioni, perché gli aspetti positivi sono diversi e differenti. Abbiamo l’occasione, adesso che la scuola tradizionale a noi pare solo un ricordo, di apprezzare quanto quegli stessi ricordi erano sostanza di vita per noi ragazzi. Talvolta il male serve per ricordarci che esiste anche il bene, perché quest’ultimo viene scritto sulle pareti del nostro cuore con dita sporche di grafite, mentre il primo viene inciso con le lame”.

Antonio

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