Diario al tempo del Coronavirus”…Non chiamatelo distanziamento sociale!”

Pubblichiamo un nuovo contributo:”E così infine è arrivato questo atteso 18 maggio. Il virus c’è e non è più cortese di prima, ma noi dobbiamo conviverci. Bene, allora rispettiamoci usando le mascherine e la distanza, basta baci e abbracci, pacche sulle spalle e panini, e bibite, condivisi. Però non chiamiamolo distanziamento sociale. È distanziamento fisico, ragazzi. È molto meno grave, accipicchia! In questi due mesi ci hanno tenuti a distanza; non abbiamo più abbracciato gli amici, i nonni, i parenti; non ci hanno aperto i portoni delle scuole, dei cinema, dei musei. Eppure, chi ha voluto, ha ridotto quelle distanze. Chi ha voluto a scuola c’è venuto, ogni mattina, e ha condiviso questa strana, dolorosa e anche curiosa esperienza con compagni e insegnanti. C’è chi ha visitato musei e gallerie d’arte i cui spazi sono stati aperti on line e ci si poteva andare insieme agli amici. Anche in palestra siamo andati. E poi ci siamo avvicinati a chi vive insieme a noi, ogni giorno, senza che neppure ce ne accorgiamo. Allora io mi rifiuto di chiamarlo distanziamento sociale. Chiamiamolo distanziamento fisico. Per noi italiani, diciamocelo, è un po’ strano, abituati come siamo al contatto fisico. Ma non facciamone una tragedia e continuiamo su questa strada. Il virus cercherà di approfittare delle nostre debolezze. Dimostriamogli che siamo più furbi di lui: continuiamo con l’igiene, con il distanziamento fisico e con le mascherine. E non chiamiamolo distanziamento sociale che, se non vogliamo, non lo è e non lo sarà”

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